Un pesciolino rosso un dì “non nuoto più!”,
e dietro a una conchiglia si mise a muso ingiù.
Ad ogni modo io lo sapevo che non aveva senso! Tra dì e non nuoto più mancava qualcosa.
C’è un discorso diretto dopo, manca qualcosa… mi ripetevo.
Questo discorso tra me e il pesciolino va avanti più o meno da vent’anni.
Precisamente da quando, in un triste giorno di pioggia, la maestra decise di rimanersene a casa.
E venne al suo posto una signora con lunghi capelli neri, vagamente macabra, che con un cappotto ocra sulle spalle, fumava fittamente guardando fuori dalla finestra.
La supplente.
E proprio fumando, il cappotto sulle spalle, un braccio sotto il petto e l’altro appoggiato su di esso, con all’estremità una punta bruciante, ci insegnò questa canzone.
Questa e Pinocchietto, Pinocchietto dal naso lungo…
Ma Pinocchietto correva bene, aveva un senso… a parte l’oilalì oilalà che intralciava il ritornello.
Che poi erano proprio quei versetti ad impedirmi di magnificare l’animo della mia famigliola cantando una volta a casa.
Sì, perché ho sempre provato una folle vergogna per versi senza senso che riempiono le canzoni. Trottolino amoroso, du du da da da…
Insomma, biia bie ba be biei ba be bi bieo ba be bi bo bieu bu ba be bi bo bu, Pinocchietto andava a cuor contento.
Ma il pesciolino no.
Dietro la conchiglia si crucciava per il suo insolito discorso indiretto.
Ce l’ho fatta.
La splendida canzoncina non si era concessa licenze poetiche…
Pinocchietto dal naso lungo e il pesciolino a muso ingiù ora vanno insieme a cuor contento…
Anche Rosanna è con loro, sicuramente.
Ma la canzone con Rosanna aveva senso, giuro!
C’era questa signora, Rosanna.
Amica della mamma, celibe per scelta, una quasi perpetua, donna di buoni pensieri e buonissime azioni… aveva senso, tanto senso!
Rosanna, eh!
Rosanna ha visto il Signor!
Osanna, eh!
Osanna a Cristo il Signor!
Mi preoccuperei di più perché per diverso tempo ho pensato che Ligabue credesse tutti volessero viaggiare in prima.
Senza passare alle marce successive, intendo.
La prima classe non rientrava nelle mie corde.
Na na na na na… eccetera eccetera.
Infatti continuo a non cantare nulla alla mia famigliola.
Canzoni come girotondi, come giochi.
Spensierate come poesie di Gianni Rodari.
Come amici ubriachi.
Fuori dai miei standard, lo so.
Ma è una botta di vita…
Il mio simpaticissimo amico Aran (no rancore, giuro...) mi ha elegantemente scaricato una piccola rogna...
No, perché il primo impatto è del tipo che forte, dev'essere divertente... ma poi esprimersi in otto, necessari ed esplicativi punti diventa difficile.
Che poi perché otto...
Tra l'altro il numero otto non mi è mai piaciuto. Non mi piace nemmeno come vien scritto.
Una pretesa di infinito davvero fuori luogo.
Sembra un signore col pancione e magari il sigaro e baffi alla Poirot.
L'otto mi ricorda Poirot.
Anche se io venero Hercule... Ma lui può permettersi certo d'essere arrogante.
Insomma dicevo di questo testimone passatomi da Aran... in fin dei conti è stato piacevole studiarsi... e portare a termine la missione diventa una questione di principio, ed è questa la parte interessante del gioco.
Il rischio è di riscoprirsi talmente banali da non avere nulla da dire.
Il gioco consta di poche piccole regole: si scrivono otto cose su se stessi, poi si incaricano altr'e otto persone di far la stessa cosa, avvertendole subdolamente... e così a ruota, come una catena di mail...
1. Adoro la parmigiana di melanzane, ma quando la mangio mi prude il palato, per cui sono costretta a ripiegare sulle zucchine;
2. sono vittima di un fatale meccanismo: quando sono in auto e non guido, dormo. Non riesco a fare altro. Entro e dormo. Mio fratello mi racconta che quando eravamo piccolini si faceva tutti i viaggi immobile come una statua per non svegliarmi, perché io sceglievo sempre la sua spalla come cuscino;
3. ogni volta che accendo l'auto, devo pulire il parabrezza coi tergicristalli. Acqua a gogò e spazzole che fanno su e giù. È una specie di rito propiziatorio, non so...
4. se in un film o in un telefilm americano mangiano, devo mangiare anche io. Mi assale una fame inspiegabile...
6. se devo mangiare una pesca, mi piace sbucciarla, mangiarne la buccia e poi la polpa. Mai tutto insieme;
7. il gelato non è gelato se non c'è la panna a monte. Non ci sono soluzioni di sorta. Panna a monte = gelato; assenza di panna = ripiego su altro dolce, preferibilmente nutella;
8. stanotte ho sognato Piero Angela. Questo, a molti di voi, non dovrebbe dir niente di me. Ma se dovessero esserci dei bravi psicanalisti... io sono qui.
Il difficile, ora, starà nel non farmi odiare dagli otto che sto per elencare...
Aran (così, per un circolo vizioso...)...
No, bugia...
Le regole sono fatte per essere infrante.
Sento dire sempre così nei film o telefilm che mi fanno mangiare a sbafo.
Per cui contatterò le otto vittime in separata sede.
Se è una grossa infrazione, Aran, fammi un fischio!

Domenica di luglio.
Afa insopportabile e appiccicaticcia e irrespirabile.
Ottocentoventisettevirgolaquattro gradi centigradi sotto l’ombrellone.
Trascino la mia sdraietta blu sulla la sabbia bollente già dalle dieci del mattino e la piazzo con determinazione e un pizzico di stizza, per marcare il territorio, proprio lì, sul bagnasciuga, vicino agli scogli.
Mi siedo ansiosamente gongolante, per il sollievo che so di poter provare nel breve giro di pochi secondi.
E il sollievo arriva.
Preceduto dal corteo di brezza marina e piccole onde che sollazzano i miei piedini abbrustoliti.
Mitico.
Schizzi d’acqua di bimbi gioiosi rinfrescano diverse parti del mio corpo.
E io continuo a gongolare.
Tocco la fresca sabbia con le mani e l’acqua, ospite esemplare, si affretta a stringermele con cortesia.
E io continuo a gongolare.
Mi stendo, con gli occhi chiusi, godendo di contrasti completamente naturali: l’acqua fresca e il sole rovente, il venticello marino rianimante e l’afa stagnante, il fruscio delle onde e il chiasso delle persone.
E io continuo a gongolare.
Spettacolo.
Una signora si siede sullo scoglio a me adiacente, di soppiatto.
La guardo senza interesse: andrà via, il mio sesto senso me lo dice.
La prossima volta giuro che mi affido al settimo.
Al più mi abbandono totalmente alla razionalità dei più scientifici cinque sensi.
La simpatica signora col due pezzi zebrato non solo mette le radici proprio lì, accanto a me, ma ha al suo seguito un camioncino di belle persone e adorabili bimbi, che germogliano tutt’intorno a lei.
Gli schizzetti d’acqua diventano valangate miste a sabbia, rumori molesti, Gabriel attento alla signorina, Mattia non bagnare le persone, Simone va a giocare al largo, papà guarda la capriola…
Uno scossone alla mia sdraietta mi fa notare un omone della compagnia, con uno slippino-ino rosso e forse cinque anelli a mano, steso proprio vicino a me. Secondo rapidi calcoli io sono esattamente tra marito e moglie. Eh beh, certo…
Il momento in cui Pollon ha aperto il mio personalissimo vaso di Pandora corrisponde esattamente al momento in cui il nonno della ciurma, seduto su qualche scoglio più in là, per lanciare una manciata di sabbia ad una creatura di non più di tre anni, centra i miei rotoloni di pancetta.
Sì, credo che sia stato proprio in quell’istante che ho deciso che vi sono persone completamente prive di senno e fermamente prive di gusto estetico, se vanno in giro con baffi alla Willi Chevalier.
Ma non sotto il naso, no… sotto le ascelle.
Mi tocca, affranta dall’imprevedibilità e incontrollabilità delle situazioni, di cercare l’idillio e il mio nirvana altrove.
Mi siedo un paio di chilometri più in là e un bimbo apparentemente fatto di steroidi (avete mai visto uno scricciolo camminare coi braccioli?) mi passa davanti, mangiando un panino ricco ricco di nutella.
Ehhh… quale migliore segno dall’Alto?
Il mio posto non può che essere questo.
E ritorno a gongolare.

Un distributore di gelato.
Ecco cosa manca in Ilvaland. Oltre che una buona dose di filtri da distribuire in maniera piuttosto decorosa qua e là.
La notte non passa mai.
Mezzanotte e trentacinque, mezzanotte e quarantasette, e cinquantotto… sono l’una e dodici da quasi quaranta minuti.
Guardo vecchie puntate di Una mamma per amica, tanto per ingannare il tempo.
Più che guardare ascolto, mentre cerco di ovviare a spiacevoli inconvenienti quali contatti rognosi dimenticati “sbloccati” su msn. E va bene…
Sono triste.
Lo so, lo sono sempre.
Ma oggi ne ho più diritto, perché non dormo da due notti, perché questa è la quarta serata che passo qui…
E perché mi è successo di nuovo. E mi ha travolto.
Quasi a sorpresa. Una sorpresa spiacevole, disastrosa a tratti.
Perché le circostanze me le cerco col lanternino.
Quello che mi frega è la lotta costante tra il volere e il non volere, tra il lasciarmi andare e il porre un freno razionale. Perché le lotte, alla fine, ti appassionano, ti animano, sono un banco di prova per raziocinio e follia, e l’apoteosi è il loro costante sistema determinato.
Io vorrei solo tenere bene a mente, come un marchio a fuoco, che proprio non è il caso, no… e che non c’è nessun’altra vicenda a meritare meno considerazione di questa!
Ho voglia di scrivere.
Non so di cosa, non so di chi.
Sono in ufficio, quindici gradi sotto lo zero.
Ho le stalattiti al naso.
Fuori vedo avanzare inderogabilmente e spietatamente il processo di desertificazione.
L’escursione termica sarà la mia rovina.
Ascolto Kommienezuspadt, con Tom Waits che sputacchia nelle mie cuffie.
Si insinuano le note di un Celentano che non regge il confronto... ma va’ a dirlo a quel simpaticone del collega mio! Ha la convinzione di fondo che se mi costringe ad ascoltare quello che ascolta lui... finirò col condividere la mia vita con la sua.
Questo vano e ridicolo tentativo credo che si rigenererà da solo fino a quando la mia clemenza deciderà di non mostrare più la sua infinita e magnanima esistenza...
Perché succederà, prima o poi, che io costringerò lui ad ascoltare quello che dico io.
E un esaurimento nervoso (lievemente accresciuto con i Gun’s Roses di stamani) non è nulla se messo a confronto con una depressione post Annamaria’s music.
Non so se avvertirlo...
In quest’atmosfera da paradiso terrestre, in un pomeriggio di giugno noioso e altamente improduttivo, si aggiunge la dichiarazione di guerra che mi ha fatto Dracula: non è possibile che delle esili e minuscole e insignificanti zanzare possano fare tutto questo senza una malefica mente superiore che ne controlli le azioni.
Dalla Transilvania con furore.
E cederò, pianterò la sua bandiera sul mio ginocchio (ha bombardato solo le gambe, per ora)... non fosse altro perché detesto il profumo dell’Autan.
E poi sto aspettando un messaggio.
Un messaggio che non arriva, maledetto.
Dev’essere morto il piccione viaggiatore, sanguinaria aviaria.
Guardo il cellulare ogni minuto.
Ho tolto la suoneria per non sentire le voci nella testa; l’ho messo fuori dal mio orizzonte visivo, per non vederlo illuminare a sproposito; mi convinco che qui
Mi annoio, fondamentalmente.
Mi annoio con un tocco di amarezza, che non stona mai.
E continuo a grattarmi, vampiri insopportabili.
È un post brutto, irrilevante, insensato, senza merito d’esistere.
Ma volevo trarre in inganno il tempo, in attesa delle diciotto.
Di tanto in tanto cerco di battere i miei personalissimi record...
